Si è discusso molto in questi ultimi mesi del nuovo Disegno di legge sulla violenza sessuale, che vorrebbe “aggiornare” la legislazione, ormai risalente al 1996, allo scopo di identificare e definire il reato di violenza sessuale e la relativa risposta punitiva. Un piano strettamente legale di elaborazione della sanzione, assolutamente estraneo all’agire femminista e transfemminista e alla prospettiva di trasformazione sociale.
La questione della violenza e della cultura dello stupro che la alimenta è centrale nella lotta contro il patriarcato e il sessismo e certamente non è il piano legislativo quello portatore di soluzioni, anzi. Tuttavia ragionare sul percorso che questo DdL ha avuto negli ultimi mesi è interessante per capire come la politica istituzionale utilizzi la questione della violenza sessuale e come sul piano legislativo si elabori la risposta punitiva agli abusi sessuali.
La Convenzione di Istanbul, fino dal 2011, riconosce come fondamentale l’elemento del consenso per identificare o meno una situazione di violenza sessuale e impone agli stati sottoscrittori di incriminare gli atti sessuali realizzati senza consenso. L’Italia, pur avendo sottoscritto la Convenzione nel 2013, non ha mai modificato la legislazione relativa. Per evitare di incorrere nelle sanzioni che sono state già inflitte a Romania e Bulgaria, l’Italia si è decisa quindi a mettere mano alla legge del 1996.
Nel novembre scorso alla Camera veniva approvato un Disegno di legge bipartisan, realizzato con l’accordo della maggioranza e dell’opposizione, che prevedeva la modifica all’articolo 609 del codice penale introducendo la dicitura di “consenso libero e attuale”, vale a dire un consenso espresso senza condizionamenti e mantenuto per tutta la durata del rapporto: senza queste caratteristiche l’atto sessuale è da considerare stupro. Un mutamento non irrilevante, per la centralità attribuita al consenso.
Tutto ciò è durato pochissimo. L’accordo bipartisan partorito per evidente scopo di vetrina appena una settimana prima del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, è miseramente andato all’aria nel giro di poco. I partiti della destra, Lega in testa, hanno cominciato a scalpitare temendo scarse garanzie per gli imputati di stupro: è stata paventato il rischio di inversione dell’onere della prova ed è stato invocato il garantismo, quello che per altri imputati non scatta mai. Nel mese di dicembre la Bongiorno si sganciava dall’accordo bipartisan e annunciava di voler togliere gli aggettivi “libero e attuale” per inserire “riconoscibile”. Un cambiamento di prospettiva rilevante, che toglie due aggettivi qualificanti e relativizza il concetto di consenso. Secondo questa prospettiva il consenso deve essere espresso in un certo modo e deve avere una qualità tale da renderlo riconoscibile a chi pretende di fare sesso; lo stupratore va tutelato perché in quel momento poteva essere disattento, magari aveva qualche problema di udito, e allora niente gli si può addebitare, semplicemente non ha capito che il consenso non c’era. Insomma, in ambito processuale sarà giudicato non il comportamento violento dello stupratore, ma la qualità e l’efficacia del consenso espresso da chi ha subito violenza.
Era il mese di dicembre e subito si sono levate critiche e proteste. L’opposizione vedeva sfumare non solo l’accordo bipartisan, ma addirittura sfuggirle la questione, e allora provava a recuperare protagonismo con una proposta di compromesso assolutamente demenziale, fatta all’inizio di gennaio addirittura in ambito di Commissione istituzionale da PD e benemerita compagnia: togliere qualsiasi aggettivo e lasciare solo consenso. Come dire: chi se ne frega se il consenso non è libero, se è stato estorto o manipolato, chi se ne frega se magari poi si è cambiato idea e non si voleva più portare a termine un rapporto sessuale che qualcun altro imponeva. L’importante è che ci sia quel termine, anche vuoto, e che ci si possa prendere il merito di essersi allineati con la Convenzione di Istanbul.
Ma la leghista Bongiorno, forte anche dello sbandamento dell’opposizione, si smarcava del tutto dall’accordo bipartisan ed elaborava un altro testo, approvato il 28 gennaio dalla Commissione Giustizia del Senato. La questione veniva completamente capovolta, il termine “consenso” spariva, sostituito da “volontà contraria”. In pratica chi intraprende un’azione legale per aver subito uno stupro dovrà dimostrare di avere espresso in modo chiaro la propria contrarietà. Dissenso invece di consenso
Allo scopo di accertare un reato di stupro la differenza è enorme. Sottolineare la presenza del consenso significa che chi vuole avviare un atto sessuale deve verificare che l’altra persona sia d’accordo e non dare per scontato che ci sia disponibilità. Rovesciare i termini della questione e puntare sul dissenso significa invece dare per scontata la disponibilità sessuale della persona che ha subito violenza, la quale deve dimostrare di aver espresso chiaramente la sua contrarietà o il motivo per cui non lo ha fatto, che diventerà oggetto di esame: era ubriaca? E quanto? Era in situazione di ricatto, di minaccia, di subalternità, era paralizzata dalla paura? Come dimostrarlo? Per sostenere che c’è stata violenza la donna, come ogni soggettività abusata, dovrà dimostrare di avere resistito e di averlo fatto con efficacia. Sta a lei, secondo il DdL Bongiorno, saper gestire un rapporto violento, anche se si trova in una situazione di disparità, anche se ha paura, se è minacciata, ricattata, poco cosciente. L’uomo può tranquillamente continuare a ritenere che il corpo di una donna sia a sua disposizione, glielo consentono millenni di patriarcato e lo conferma la legge dei padri.
Qualcosa che purtroppo abbiamo già visto nelle aule dei tribunali e tante volte abbiamo denunciato come violenza istituzionale, come cultura dello stupro.
Per respingere il DdL Bongiorno sono subito scattate mobilitazioni di piazza e iniziative varie, lanciate da NonUnaDiMeno, da vari collettivi e da centri antiviolenza.
Ad animarsi tuttavia, in modo assolutamente incongruente, sono stati anche i settori istituzionali dei partiti di opposizione, gli stessi che con noncuranza irresponsabile avevano tolto dal termine consenso gli aggettivi qualificanti. Da questi settori, affiancati dall’immancabile apparato sindacale CGIL e dalla Rete D.i.Re, nel mese di febbraio sono state lanciate anche iniziative pubbliche.
È stato necessario un grande sforzo per evitare fastidiose e inaccettabili strumentalizzazioni e dare alle piazze dell’8 marzo la forte caratterizzazione transfemminista che ha marcato quasi un decennio di lotte, con un’analisi complessiva e un agire anti istituzionale che ha messo al centro proprio la violenza sistemica e la cultura dello stupro.
Non è stato facile (e non dappertutto è riuscito), anche perché c’è un mondo intermedio – quello dei centri antiviolenza istituzionali e delle Reti Antiviolenza strutturate in grande, come D.i.Re – che in alcuni territori si muove con disinvoltura tra sedi ministeriali, istituzioni e movimenti. Non è stato facile ma ce l’abbiamo fatta. Ed ora è il momento di intensificare le mobilitazioni.
L’esito del referendum di fine marzo ha indotto la destra di governo ad ingranare momentaneamente la ridotta almeno su alcune questioni, ritenute evidentemente meno urgenti e allo stesso tempo impopolari, come appunto il DdL stupri, su cui si erano levate tante e decise contestazioni. L’iter del provvedimento dunque ha avuto una variazione. Invece di andare dritto in aula del Senato, dove l’approvazione era calendarizzata per lo scorso 8 aprile, la Bongiorno ha ritenuto opportuno creare un comitato ristretto e fare, a livello istituzionale, qualche passaggio condiviso con l’opposizione. Evidentemente la maggioranza di Governo, all’indomani immediato della batosta referendaria, ha momentaneamente sopravvalutato un’opposizione che invece, su questo come su altri temi, si è baloccata stupidamente col vantaggio ricavato dal referendum, lo ha sprecato nell’immobilismo che le è congeniale, frutto di mancanza di interesse al pur minimo cambiamento, dimostrando ancor opportunismo e incapacità. Con il passare dei giorni la destra ha velocemente capito che c’era ben poco da temere. Alla prima seduta del comitato ristretto sul DdL stupri l’opposizione si è ritrovata da sola nella trappola del dialogo coi fascisti tesa dalla Bongiorno, che a quella riunione non si è nemmeno presentata.
Questa la miseria con cui le istituzioni hanno trattato il disegno di legge che si dovrebbe occupare di identificare e sanzionare la violenza in sede legale. Un balletto indegno che ha utilizzato in modo strumentale e superficiale il concetto di consenso: l’opposizione di governo lo ha sostenuto per pura esigenza di visibilità politica, ma ha mostrato di considerarlo un termine senza senso; mentre la maggioranza ha contrastato il consenso fino a farlo sparire dal testo, per marcare l’identitarismo machista e sessista tanto caro ai fascisti.
Per noi il consenso è ben altro ed è il momento di proseguire la lotta facendo chiaramente capire a chi ancora avesse qualche fiducia nella soluzione istituzionale e a chi ha confidato nei poteri taumaturgici del “no” referendario che su questa, come su moltissime questioni, altri sono i percorsi da praticare. Per noi il consenso non è un termine vuoto.
Sul concetto di consenso il movimento femminista e transfemminista ha costruito dibattiti, elaborazioni, ma anche sperimentazioni ed esperienze, con l’intento collettivo di rompere quella cultura dello stupro che significa possesso, abuso, diritto del maschio di pensare che i corpi sono sempre a sua disposizione. Rompere questa cultura sessista e patriarcale, educare ed educarci al consenso è difficile, richiede un lavoro complicato, un profondo mutamento di cultura, sorretto da una prospettiva sociale che deve essere radicalmente alternativa a quella attuale. È proprio questo ciò per cui continuare a lottare contro e oltre il DdL Bongiorno. Perché non sarà certo una brutta legge a fermare la lotta transfemminista.
Il consenso è una pratica da coltivare, da adottare in tutte le relazioni, non solo quelle sessuali, ma anche nelle modalità relazionali più generali. È anche un modo di discutere senza prevaricazioni, di prendere le decisioni mettendo da parte il criterio della maggioranza, di rapportarsi a livello interpersonale e collettivo sbarazzandosi della gerarchia. Il consenso è un modo consapevole e sicuro di fare sesso, ma anche un modo consapevole e sicuro di stare al mondo e di pensare concretamente un mondo diverso.
Patrizia Nesti